Devasahayam Pillai

Perché avremo un nuovo santo!

Domani è una giornata gioiosa per i cristiani dell’India, perché avremo un nuovo santo..😍🙏🏽💐

Lazzaro Devasahayam Pillai (1712-1752), santo tra poche ore. Era figlio di un padre bramino, la casta più alta nell’induismo, e di una madre appartenente a una casta appena inferiore. Tale lignaggio gli aprì le porte della carriera militare e politica, fino al ruolo di ministro del regno di Travancore e addetto alle finanze del Palazzo reale. Dio introdusse in quel regno anche un europeo, un capitano fiammingo, Eustache de Lonnay, che era stato fatto prigioniero dopo una spedizione militare fallimentare nel 1741.

Il re lo aveva voluto graziare e “assumere” per sfruttarne le grandi competenze militari e modernizzare il suo esercito. De Lonnay, che era profondamente cattolico, e Devasahayam diventarono amici. Il secondo iniziò a confidare al primo le sue frustrazioni, le sue sofferenze, i suoi rovelli esistenziali, sentendosi parlare della figura di Giobbe, di Gesù Cristo, della storia della salvezza. Devasahayam, conquistato da un messaggio che pur sconvolgeva il suo pantheon religioso, chiese di diventare cristiano. De Lonnay lo mandò allora da un missionario italiano, il gesuita Giovanni Battista Buttari, che operava fuori dal regno di Travancore, che battezzò lui, con il nome di Lazzaro, e sua moglie.

Entrambi divenendo cristiani accettarono di passare dalla casta superiore a cui appartenevano a quella più bassa. Ma sarebbe stato il meno. Da lì iniziò la persecuzione da parte degli ambienti reali che sfociò nell’incarcerazione di Devasahayam. Gli fu chiesto di abiurare la fede cattolica sotto la minaccia di torture e di una morte atroce, ma rifiutò. Il re ordinò allora un trattamento che servisse da monito per altri del suo entourage tentati dal cristianesimo. Lazzaro Devasahayam fu umiliato ed esposto al pubblico ludibrio in diversi modi.

Fu bastonato e le sue piaghe furono cosparse di peperoncino. La sua cella fu riempita di formiche aggressive e insetti velenosi. Cercarono di piegarlo con la fame e la sete. Invano. Finché decisero di finirlo e lo portarono di notte in un luogo appartato, vicino a una foresta. Lazzaro Devasahayam chiese di poter pregare 15 minuti, dopo di che gli spararono. Morì martire gridando «Gesù salvami!».

Avvenire – Andrea Galli

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